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Cagliari, il suicidio come emulazione? La parola agli esperti

by Jacopo Norfo
28 Giugno 2017
in il-diavolo-sulla-sella, rubriche
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Gli ultimi avvenimenti che la stampa ha riportato impongono una riflessione sul problema del suicidio.

Sin dagli anni ’50 si è iniziato a osservare l’effetto a catena che ha accompagnato una serie di periodi “neri” della tendenza al suicidio concentrata in un breve lasso temporale.

Sembra che i media siano in grado di condizionare il tasso di suicidi all’interno di una società solamente per il fatto di renderli pubblici. Tale fenomeno di emulazione è noto ai sociologi da oltre mezzo secolo sotto il nome di “Effetto Werther” rifacendosi all’opera di Johann Wolfgang Goethe, 

Il problema dei suicidi per imitazione riaffiorò negli Stati Uniti all’inizio degli anni settanta all’indomani del suicidio di Marilyn Monroe avvenuto a Los Angeles. Si registrò un incremento del 40% di suicidi che si determinava anche quanto i notiziari o gli speciali sulle reti televisive riferivano di casi di suicidio da parte di adolescenti.

In seguito al suicidio dello scrittore Hemingway non si registrò però un dato analogo;  lo psichiatra americano J. A. Motto sottolineò l’importanza, nel verificarsi dell’effetto Werther , non solo del modo in cui la notizia è stata presentata al pubblico dai mezzi di informazione, ma anche dall’identificazione con il suicida.

Altri studi basati su storie di suicidio di cui la stampa ha dato una sottolineatorura negativa non avrebbero determinato un effetto di emulazione così impattante; ad esempio la morte per suicidio del cantante de gruppo musicale Nirvana, Kurt Cobain, fù trattato dalla stampa in modo negativo e in termini di condanna.

Nei pazienti che hanno commesso un tentativo di suicidio la notizia di un altrui suicidio ha spesso fatto nascere uno stimolo interiore in chi già si dichiara “stanco di vivere” con affermazioni interne tipo “ Se ce l’ha fatta lui, ce la potrei fare anche io”.

In queste fasi è auspicabile che ci sia un coinvolgimento dello psicologo e dello psichiatra nonchè della famiglia e della scuola che possono cogliere alcuni segnali indicativi.

Tra le varie interpretazioni che si possono dare al suicidio ne esiste una non da tutti accettata in cui il gesto è visto come una forma estrema di volersi bene con il pensiero “la faccio finita perché non sopporto di vedermi soffrire così”.

La probabilità dell’effetto Werther indotto dalla sovra esposizione sensazionalistica va sempre tenuta presenta, anche se, questo significato deve essere valutato correttamente e interpretato nei termini d’interazione tra i numerosi fattori che stanno alla base del fenomeno.

Un’informazione scientificamente corretta, oltre che attenta, potrebbe avere invece un effetto di psicoeducazione e rappresentare un momento preventivo rispetto alla popolazione generale e sopratuttto alle persone a rischio potenziale di un gesto  anticonservativo ed ai loro familiari.

I codici di comportamento dei giornalisti in diversi Paesi variano dalla disposizione di non cumunicare mai notizie sui suicidi, come avviene in Norvegia a posizioni decisamente più moderate.

Oggi le cose sono ben diverse però e si aggiunge a queste regolamentazioni in ambito giornalisitico il variegato popolo della rete. In questo senso un’educazione degli utenti dei più diffusi social network e una sonora dose di buon senso potrebbero aiutare a prevenire alcuni effetti incontrollati.

In ogni caso sarebbe auspicabile una massima comprensione da parte di tutti di questo gesto estremo, senza dargli mai una connotazione religiosa o moralistica, forse considerandolo come il prezzo più alto che le società più evolute devono pagare.

 

Dott. Antonio Brundu Psichiatra direttore sanitario centro A.I.A.S. Cagliari

 

Dott. Dario Deagostini Neuropsicologo consulente presso SC Neurologia Brotzu e AIAS Cagliari.

 

Tags: Cagliarisuicidi
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