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Cagliari, il dolore di un 55enne: “Non vedo da 8 mesi mia mamma chiusa in una Rsa”

by Paolo Rapeanu
26 Aprile 2021
in apertura, cagliari
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Cagliari, il dolore di un 55enne: “Non vedo da 8 mesi mia mamma chiusa in una Rsa”
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Non vede sua madre da otto mesi tondi. L’ultima volta, ad agosto 2020, l’aveva lasciata con la promessa che si sarebbero rivisti a breve. Invece, non è successo. Sandrino Cappai, 55 anni, di Nuraminis, passa ogni giorno con la speranza che sia l’ultimo senza poter guardare negli occhi chi l’ha messo al mondo. L’uomo ha scritto una lettera alla nostra redazione, raccontando la vicenda e chiedendo che si trovino delle soluzioni adatte: “Le visite sono vietate per il Covid. Mia mamma, 90 anni, è in casa protetta ed è affetta da demenza senile. La prima chiusura alle visite dei parenti è durata quattro mesi, poi a distanza senza contatti abbiamo potuto vederla per 2 mesi a luglio e agosto 2020, da allora è nuovamente chiusa da oltre otto mesi. Quasi impossibile comunicare con lei che non riesce ad interagire con le videochiamate. La prolungata mancanza di contatto ha accelerato la sua degenerazione cognitiva. Durante le nostre visite quotidiane le facevamo fare una piccola passeggiata, la spronavamo a parlare, anche se erano frasi senza senso, ma tutto questo era importante per lei e per noi,  il personale è competente e attento, ma non può sostituire in alcun modo l’affetto dei propri cari, anche per il tempo che può dedicare ad ogni singolo paziente. Il paziente non è solo un cambio panno, somministrazione medicinali, un’ora di attività ma è una persona con dei diritti specifici e non è neppure un detenuto dello stato. La carezza di un operatore sociosanitario o di qualsiasi altro dipendente della struttura non può sostituire quella di un figlio, di un fratello, di una madre, di un marito”, scrive Cappai. 

“Non esiste struttura a rischio zero, quindi la chiusura non ha alcun senso se non quella di liberarsi di eventuali responsabilità, nessuna istituzione prende una posizione, Governo, Regioni, Asl, Ats, direttori sanitari e chi ci rimette sono i pazienti e i loro famigliari. Sono d’accordo che si debbano usare delle precauzioni, ma queste dovrebbero essere le stesse che usano gli operatori. È impensabile che in questi ulteriori otto mesi di chiusura non si sia potuto far nulla al riguardo e non sono neppure umane le poche linee guida sull’accesso concesse fino ad ora tra plexiglass e balconi, ci rendiamo conto delle assurdità? Gli operatori possono avere un contatto fisico con i pazienti, indossando semplici mascherine e guanti e i parenti non possono più visitare un famigliare o dare loro una carezza. La maggior parte dei pazienti ricoverati sono anziani ai quali non rimane molto da vivere, è questo quello che sappiamo offrire? Una vita da carcerati senza colpe? È proprio vero, non è una notizia da prima pagina, a chi importa quello che stanno passando, sono solo anziani e disabili a cui sono stati negati i diritti fondamentali dell’uomo. A distanza di un anno dal verificarsi della pandemia Covid-19″, denuncia l’uomo, “poco o niente si è fatto al fine di consentire l’accesso in sicurezza presso queste strutture, tutti i giorni si sente parlare di linee guide per la riapertura di attività, spostamenti tra regioni, riaperture per la prossima stagione balneare ma nessuna notizia in merito alla riapertura delle strutture sanitarie. Capendo l’importanza della riapertura di tutti i confini e delle attività rimaste chiuse a seguito della pandemia, conseguentemente si è proceduto alla richiusura delle strutture per Rsa, ospizi e affini. Conosco tante persone che non sono riuscite a riabbracciare il loro famigliari per l’ultima volta; non vorrei anche io fare parte di tali tristi vissuti. Con l’augurio che questa triste realtà divenga solo un ricordo mi auguro che quanto prima le persone possano riabbracciare i propri congiunti che necessitano non solo di costante assistenza specialistica ma anche di un sostegno psicologico che non gli faccia sentire abbandonati dalla propria famiglia. Certo che quanto sinteticamente scritto in queste poche righe, faccia capire la sofferenza che stiamo vivendo, chiedo che questa lettera possa essere pubblicata dalla vostra redazione affinché le autorità preposte vengano sensibilizzate ad emanare quanto prima nuove disposizioni per la riapertura, garantendo l’incolumità di queste persone fragili ed indifese che sono state partecipi del passato e del presente nella nostra vita e nella collettività”. 

Tags: Cagliari
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